Mio Padre

   

          Mio padre, Matteo Pietro, detto Pietro, secondogenito di Vincenzo e Rosa La Manna, nacque un anno dopo Maria Gina, l'8 Maggio 1911 a Licata, dove mio nonno, vista la situazione disastrata creata dal terremoto a Messina, si era dovuto temporaneamente trasferire.
Piú tardi la famiglia tornò ad abitare a Messina nella barracca, in via Torrente Boccetta, che gli era stata assegnata, come a tante altre famiglie messinesi, dopo il terremoto del 1908, che aveva visto la cittá rasa al suolo.

In questo ambiente, non certo dei piú favorevoli, mio padre non si dedicò molto allo studio e, presto, fu mandato da mio nonno ad imparare il mestiere di meccanico, verso cui sembrava molto portato. Successivamente, essendo un bravo autista, fece per un po' questo lavoro presso un signorotto locale, un certo Gigi Pirandello (solo un omonimo del premio Nobel!). Mio padre ricordava divertito quando scorrazzava per la cittá, le sue giovani e maliziose figlie.

Chiamato per il servizio di leva in artiglieria di campagna e congedatosi a Roma, vi rimase in cerca di lavoro e quí, ancora disoccupato, nel 1933 conobbe mia madre, Ilda Rubini.
Nel 1934 dovette rientrare a Messina perché raggiunto dalla tragica notizia della improvvisa morte del padre, nonno Vincenzo.
L'anno seguente, nel 1935 fu richiamato alle armi per la guerra in Etiopia e fece ritorno a Roma tre anni dopo.
Il 22 Giugno 1939 sposò mia madre nella bella basilica romana di S. Maria Maggiore.

Era sempre alla ricerca di un lavoro quando un colonnello dell'esercito, a cui durante il servizio militare aveva fatto da autista e da cui era molto stimato, gli offrí di entrare in Banca d'Italia, come commesso o, in alternativa, di entrare nel corpo della Milizia della Strada. L'antica passione per i motori e per le moto in particolare, fu determinante per la scelta, cosí i primi mesi del 1940, mio padre si trasferí, con mia madre, a Biella, prima destinazione di servizio nella Milizia della Strada.
Lí rimase alcuni mesi, ma presto fu chiamato a prestare servizio a Roma. Il 18 Marzo 1942 nacqui io e sei mesi dopo mio padre dovette partire per il fronte russo.

Il suo impegno in Russia durò circa un anno, ma fu un anno fra i piú difficili della sua vita e lui stesso non riusciva a spiegarsi come fosse riuscito a riportare a casa la pelle.
Il suo comportamento generoso lo portò a guadagnarsi encomi sul campo e in una occasione, che ricordava spesso, salvò il suo reparto da cattura certa da parte del nemico. Questi i fatti: il reparto della Milizia della Strada era impiegato per attivitá di esplorazione e controllo del territorio ed era accampato in zona d'avanguardia, in localitá Donetsk(Ucraina).
Una notte (quella, dopo molte notti, in cui mio padre aveva deciso di togliersi gli scarponi!) si era appena addormentato, quando sentí picchiare sulla tenda e vide, con sua grande sorpresa, una ragazza ucraina, che aveva conosciuto giorni prima e che, agitata, cercava di comunicargli nella sua lingua ma ancor piú con gesti, che era in grande pericolo perché una colonna di carri armati sovietici stava avanzando e, presto, sarebbe arrivata lí.
Mio padre corse ad avvertire il comandante del reparto, che predispose gli uomini e i mezzi per l'eventuale ritirata. Cosa che avvenne non appena fu chiaro che la ragazza aveva detto la veritá.
Cosí all'ordine "si salvi chi può" dato dal comandante, ognuno si dette da fare per salvare la ghirba.
Mio padre saltò a cavallo della propria Guzzi, che, prudentemente, aveva tenuto nel frattempo con il motore acceso al minimo, e si fece chilometri e chilometri nella steppa gelata fino a raggiungere una postazione italiana piú arretrata.
Il comandante di questa postazione ascoltò incredulo il racconto di mio padre, commentando "voi della milizia siete sempre dei pallonari!".
Solo poche ore piú tardi, dovette ricredersi e dare l'ordine di ritirarsi.
Mio padre, assalito nel frattempo da una forte febbre fu caricato, insieme alla sua moto, su un autocarro e, mi raccontava, curò quella febbre tracannando un'intera bottiglia di cognac, fortunatamente trovata sull'autocarro stesso.
Solo molti anni dopo, una radiografia rivelò la cicatrice rimasta a seguito di una bella pleurite.

Era il 1943 quando, finalmente, mio padre rientrò in Italia. La guerra, però, non era finita e presto venne l'8 Settembre, e la divisione dell'Italia, con al Sud la Monarchia e al Nord la Repubblica Sociale.
Il Comando della Milizia della Strada si trasferí al Nord e mio padre si trasferí con esso.

Cosí l'8 Febbraio 1944 tutta la famiglia si stabilí a Moniga del Garda, dove rimase fino alla fine della guerra, nell'Aprile del 1945, quando, con la caduta della Repubblica Sociale, fu sciolta di conseguenza la Milizia della Strada.

Dal 1945 al 1948 la famiglia trovò rifugio in una piccola casetta di proprietá dei nonni materni, a Canetra, poco lontano da Rieti, a circa 100 km da Roma e mio padre sbarcò il lunario trasportando cose e persone, da e per Roma, con un vecchio piccolo autocarro.
I miei trovarono anche il tempo per mettere al mondo mia sorella Franca, che nasceva il 14 Febbraio 1946.
Finalmente, mio padre fu richiamato in servizio nella costituita nuova Polizia della Strada e ci trasferimmo tutti ad Ascoli Piceno, dove era stato destinato.

In seguito, mio padre ebbe l'incarico di autista del prefetto Lino Cappellini, che da Ascoli Piceno seguimmo nelle varie successive, destinazioni: Ancona, Bari e Brescia.
A Brescia, mio padre e mia madre decisero, finalmente, di piantare le tende.

Mio padre è andato in pensione nel 1967, a 56 anni ed è morto il 22 Marzo 2000, a 89 anni. Un padre eccezionale che, con l'esempio della sua vita, mi ha indicato la strada del dovere e dell'integritá morale.

separatore

 

 

 

 

 

  papà
papá a Roma
nel 1933

 

 

 

  papà
papá a Dessié (Abissinia)
durante la guerra(1936)

 

 

 

  sposi
il matrimonio con Ilda (1939)

 

 

 

  papà
papá a Moniga del Garda durante la R.S.I.(1944)

 

 

 

  papà
papá ad Ascoli P.
nella Polizia Stradale (1950)

 

 

 

  franca
Franca ad Ascoli Piceno nel 1956

 

 

 

  papà
papá a Brescia
nel 1992